ROSSELLA PEZZINO DE GERONIMO

di Roberto Mutti

La fotografia di viaggio è storicamente collocata nell’ambito specifico del reportage evocativo, quello che lasciava di stucco gli osservatori in un’epoca in cui i viaggi importanti li compivano solo gli esploratori, i militari, i missionari, i commercianti e, appunto, i fotografi. Così, quando, nel 1911, Torino ospitò l’Esposizione Internazionale, i visitatori videro per la prima volta delle persone di colore perché un apposito padiglione presentava la ricostruzione di un villaggio africano con tanto di abitanti in carne ed ossa. Oggi tutto è profondamente cambiato e chi si dedica al reportage di viaggio ha spostato l’attenzione su altri aspetti di volta in volta legati al racconto della quotidianità, all’approfondimento antropologico, alla ricerca naturalistica. Rossella Pezzino De Geronimo, che pure ha conosciuto e documentato luoghi di una bellezza abbagliante, ha scelto una strada diversa per il lavoro qui presentato: quella di una ricerca dove sono i particolari ad assumere un ruolo preponderante. Soffermandosi su un seno incorniciato da una collana, cattura l’attenzione dell’osservatore che così saprà apprezzare la levigatezza della pelle, il contrasto cromatico con i grani del gioiello che crea una leggera ombra, l’equilibrio della composizione triangolare. La stessa cosa succede quando l’obiettivo della fotografa si sofferma su un disco inserito in un lobo delle orecchie sottolineando la morbidezza delle superfici e quella piccola scheggiatura che diviene il “punctum” verso cui si concentra tutta l’attenzione. In altri casi è la pelle a diventare protagonista anche se la ripresa ravvicinata e la luce radente accentuano l’aspetto enigmatico dell’insieme. Si può, infatti, avere la sensazione di trovarsi di fronte a un tessuto, un muro, un paesaggio o – quando il corpo è impreziosito da disegni – a un dipinto dove la brillantezza del bianco si accosta alle tante sfumature del bruno e ai segni incisivi del nero. Un altro aspetto significativo ma assai più radicale nella ricerca linguistica e nel suo esito fortemente drammatico è il video olografico appositamente realizzato da Rossella Pezzino De Geronimo per questa occasione. Qui le immagini si fondono come fossero catturate da una spirale che coinvolge nella stessa misura le fotografie poste in un movimento vorticoso, l’acqua che le trascina, l’aria che le assorbe, il fuoco che le brucia, la terra che le attira e il nostro sguardo che si confronta con gli elementi di cui la realtà è costituita.
Ad una prima osservazione le fotografie di Rossella Pezzino de Geronimo appaiono gradevoli, cromaticamente equilibrate, ben composte. Bisogna osservarle attentamente per accorgersi che questo aspetto esteriore ed estetico non ne esaurisce l’intensità espressiva che si rivela, invece, quando se ne scorge la forte valenza interiore. Se la fotografia è sempre e comunque la proiezione verso l’esterno della personalità del suo autore, a maggior ragione lo sono queste immagini che rappresentano il punto di arrivo di un lungo percorso dialettico nato dalla necessità di superare il dolore e l’angoscia che si ergevano come veri e propri ostacoli. Per superarli, l’autrice ha lavorato “a togliere” depurando le sue immagini di ogni riferimento riconoscibile così da collocarle in una dimensione atemporale. Questa operazione le ha consentito di spostare l’attenzione dal soggetto realisticamente inteso alle forme pure che lo caratterizzano seguendo in ciò un percorso di ricerca che approda a un equilibrio: quello della composizione fotografica ma anche quello interiore raggiunto dalla fotografa stessa. In tal modo la sofferenza si è sublimarla in una ricerca volta a cogliere, alla fine del percorso, gli elementi che conducono alla bellezza, alla semplicità, alla purezza. Tutto ciò è presente in questi recenti lavori dove si percepisce il senso di una acquisita consapevolezza di sé che si rivela metaforicamente nell’armonia delle geometrie e nella misteriosa sinuosità delle linee.
Il forte desiderio di ricerca ha spinto Rossella Pezzino de Geronimo a indagare non solo nell’ambito del linguaggio fotografico ma anche a intervenire sul mezzo stesso: lo ha fatto facendo ricorso all’ologramma, un genere fotografico raro e prezioso che ha il pregio di suscitare quel senso di meraviglia di cui troppo presto ci siamo liberati. Soffermatasi sull’aspetto tecnico che consente di creare immagini virtuali tridimensionali, ha utilizzato una mensola di sostegno e uno sfondo per creare una sorta di luogo di incontro fra oggetti reali e rappresentazioni virtuali. Acquisita una precisa conoscenza tecnica, l’ha quindi messa al servizio della sua intenzione progettuale, quella di trasmettere un messaggio carico di simbolismi. Le tre fasi corrispondenti ad altrettante realtà temporali del mondo in cui si sviluppa il suo pensiero partono da un passato cui una farfalla dona una leggerezza e una bellezza intense e fragili. Si sviluppa poi nella contemporaneità dove la protagonista è una falena che nasce in un modo inquinato anche acusticamente dominato dall’inquietudine e dalla disarmonia. Infine si proietta in una nuova fase, quella di un futuro possibile in cui sperare: è ancora una volta la farfalla a tornare protagonista identificandosi con l’acqua, simbolo di rinascita.